Secondo il Ministero della Salute sono circa tre milioni di persone dai 13 ai 35 anni che soffrono di disturbi alimentari, come anoressia o bulimia. La maggior parte dei disturbi alimentari riguarda le donne ma il fenomeno sta iniziando a interessare anche i maschi e il fenomeno insorge in età sempre più precoce.

La decisione di smettere di mangiare e di sottrarre tutto quello che c’è in termini non solo di cibo ma anche di amicizie, di affetti, può essere tradotta come la ricerca di una cura. In un momento di disperazione, di grande sofferenza, la persona tenta di fare a meno di tutto per non avere bisogno di tutto. L’anoressia, così come la bulimia, non è una malattia dell’appetito ma dell’amore, delle relazioni, di un amore che la persona sente di non avere ricevuto nel modo giusto, o di un amore che non è stato dato nel modo giusto. Paradossalmente vi è un tornaconto di questi sintomi: il disturbo alimentare diventa una soluzione, una cura che il soggetto ha trovato per rendere possibile una separazione dall’Altro, da un Altro che non lascia essere, non lascia essere un soggetto desiderante.

Anoressia

L’anoressia può essere vista come un grido silenzioso che prende forma sul corpo, dove si riversa una sofferenza spesso indicibile: una mancanza, un senso di non valore, un dolore che non trova ascolto.
Spesso si pensa che sia solo una questione di cibo, di volontà, di controllo. Ma l’anoressia è molto di più: è una modalità di gestione della paura, della rabbia, del rifiuto, del bisogno d’amore che non si può chiedere. La magrezza, le calorie, la bilancia, il digiuno, diventano un sistema di segni, cioè un linguaggio con cui si ha a che fare.

L’anoressia è una soluzione psichica che permette di non sentire il bisogno dell’altro, di difendersi da uno sguardo sentito come invasivo o giudicante, da un Altro che non coglie la soggettività.
In fondo, è un tentativo di ottenere un posto nel desiderio dell’Altro senza dover rinunciare a sé stessi.
Uscire dall’anoressia non è semplice: significa abbandonare un sistema che ha offerto una forma di equilibrio, di senso, di identità. Significa anche, lentamente, reimparare a desiderare.

Bulimia

La bulimia è profondamente legata all’anoressia: in molti casi i due quadri si alternano o si intrecciano. Al cuore della bulimia c’è spesso un ideale anoressico: il sogno di controllo, di purezza, di non dipendere da nulla. Ma in superficie, la bulimia si manifesta come la sua apparente inversione: crisi di fame compulsiva seguite da vomito, digiuno o attività compensatorie.

Dentro ogni attacco bulimico risuona una domanda: “ancora”. Ancora cibo, ma in realtà ancora amore. Non è il cibo che manca, ma un Altro che possa contenere quella domanda, rispondervi, riconoscerla. La bulimia non parla di fame, ma di una mancanza d’amore che non si è potuta colmare.
Attraverso il vuoto – il vomito, lo svuotamento del corpo – il soggetto tenta di liberarsi da qualcosa che lo invade, che lo ingombra, che non riesce a trasformare in parola.

Dopo ogni crisi bulimica, resta il vuoto. Ma non è un vuoto dello stomaco: è il vuoto di una mancanza relazionale. Nessun oggetto può colmare quel vuoto, perché non si tratta di un bisogno materiale, ma affettivo. L’altro, anche qui, è sempre presente: come spettatore, giudice, testimone o assente ingombrante. Il corpo patisce del bisogno di esistere per qualcuno, ma anche la difficoltà a sostenerlo.

Anoressia e bulimia non sono scelte, né capricci. Sono risposte soggettive a un disagio profondo, strategie complesse che la psiche mette in atto per sopravvivere, per resistere, per non crollare. Dietro ogni comportamento c’è sempre una storia, un contesto, un Altro da cui ci si è sentiti traditi, abbandonati o inghiottiti.

Curare un disturbo alimentare non significa semplicemente “riprendere a mangiare bene”. Significa accompagnare la persona nel difficile lavoro di riconnessione con se stessa, con il proprio corpo, con il proprio desiderio. Significa, passo dopo passo, trovare un modo nuovo per abitare il proprio dolore senza esserne schiacciati.